ROCK N’ROAD
Rock n’ road non è altro che l’appellativo attribuito al nostro ultimo viaggio estivo. In questa specie di diario proveremo a trasmettere, attraverso visioni, parole e musica ciò che è stato per noi quest’avventura. Il viaggio è durato 9 giorni e il blog sarà il palcoscenico dove vedremo danzare, in una prima di livello mondiale, i suoi passi di Rock n’road…(I tratti in corsivo sono quelli dell’originale racconto, che saranno cmq solo un frammentato abstract).
ROCK N’ ROAD – planning
Luglio 2009
I miei pensieri son rimasti affascinati dall’idea di una prima visita scandinava. Infatti dopo aver scelto Berlino come prima tappa pensavo di dirottare il nostro cammino verso il paese dei vichinghi. Danimarca? Che faccio lo propongo? Piacerà? Le risposte mi sorprendono… Bastava dare l’input! Ognuno costruisce il suo castello. Senza aspettare troppo. C’è uno spazio, una finestra. C’è voglia di conoscere, sentire, apprezzare. E forse aspettavamo solo l’occasione giusta! Così prenotiamo i voli e costruiamo il nostro tour. Variamo tra la sistemazione intima di un appartamento, la comodità di un albergo e la tempra avventuriera di un cottage. E ora non ci resta che contare le ore che ci separano dalla partenza.
La prima settimana di agosto volge finalmente al termine ed è tempo di preparare i bagagli. Riempiamo le valige infilandoci voglie, emozioni e sorrisi. La tristezza e le ansie proviamo a chiuderle nei cassetti o farle scivolare negli scoli dell’anima. E così fino a giungere al fatidico giorno.
ROCK N’ ROAD – live in berlin
09/08/09
Inizia il viaggio. Siamo a Berlino. Ci dirigiamo alla ricerca dell’appartamento prenotato. Da uno stabilimento in disuso si alza precipitoso il ritmo di un sintonizzatore techno. Come per dare inizio al nostro live in Berlin. L’atmosfera si veste subito di inebrianti allucinazioni. Ci sembra di scrutare il glam bianco del duca Bowie nel grido lancinante di Heroes o le chitarre dilatate su un tappeto distorto di Another brick in the wall. L’attesa ci annaffia di rigurgiti musicali, passerelle punk e polvere inacidita.
Questo primo incontro con la città si incolla agli occhi come un singolare fermo immagine. Città segnata da errori e approssimazioni. Storia che la spinge in un indagine collettiva. Sembriamo tutti investigatori nel fare domande che non hanno risposta.
E l’ultimo pensiero della notte si intona con quel susseguirsi di suoni sublimi che identifica Lou Reed nel crepuscolare finale dell’album Berlin (1973), vedendo lo zucchero a velo mescolarsi all’arcobaleno in una dolcissima Sad Song.
10/08/09
Ci imbattiamo da subito col battito del cuore berlinese visitando il centro. Lo spazio tra le case, le ombre dei muri, l’altezza dei palazzi, l’asfalto delle strade, il metallo dei binari, i tombini arrugginiti, i graffi dei desideri… Berlino sembra ammucchiare elementi senza chiarirne il senso o la forma. Ma forse è proprio questo che la tiene alta e l’aiuta ad asciugare le lacrime del tempo.
I nostri cuori scavano fosse per nascondere le emozioni che scorrono libere. E ora ci sembra di sentire il sussurro di sguardi che Freddy Mercury depone sulla chitarra di Brian May per sancire l’inizio del nostro inno (Friends will be friends) nella magia di Wembley ‘86.
Zoo di Berlino. La visita al giardino scrive melodie dai tratti spensierati e inquieti. Ci sono mille specie, mille occhi, mille vite. I viali sono fatti di colori, odori, versi e sfumature. Ci incuriosisce il movimento rallentato di un rinoceronte, il saltare frenetico di una scimmia o il fare nervoso di una tigre. Un ruggito richiama a raccolta il silenzio come le tastiere di Autobahn dei Kraftwerk.
Dopo cena proviamo a raccogliere un po’ di energia per incamminarci verso quel fragile ammasso di mattoni che ha diviso il mondo per anni. IL MURO DI BERLINO. Non è molto distante dato che alloggiamo quasi al confine. Ci arriviamo in 10-15 min. La vista spiazza subito occhi ed anima. Come poteva questa esile struttura scaraventare lo stesso popolo in due mondi? Le chiazze scure della luna sono coperte dalle nuvole. Si scorgono ferite di gelide battaglie. Si notano gli sguardi socchiusi delle spie nel tempo. Indolenti immaginazioni e laconiche paure. La dimensione rigonfia i pensieri cercando un equilibrio che sveli l’inspiegabile. E poi chissà quante storie si son scritte ai piedi del muro. Mi salta in mente quella partorita dall’estro rock di Bowie, ispirato dalla visione di due innamorati che si davano appuntamento sotto il muro. Un malinconico contrasto tra l’ingestibile minacciosità e una romantica storia d’amore.
11/08/09
Brandeburgo. La porta si innalza imponente nel suo incalcolabile contenuto storico. Alcune transenne impediscono l’avvicinamento ma per fortuna oggi la quadriga può festeggiare il crollo delle divisioni e il mescolarsi dei venti. Le contaminazioni sono finalmente libere. L’est si unisce all’ovest con naturalezza proprio come le sperimentazioni elettroniche si fondono alla melodia in Vienna degli Ultravox.
Monumento agli ebrei. Una ammasso di blocchi di cemento si snoda su un pavimento ondulato. Ogni blocco ha una differente altezza. Non esiste un percorso predefinito ne un simbolo. Ogni retorica sembra volutamente evitata per lasciare il posto alla costruzione individuale di un percorso della memoria. La mente sbatte su ogni stele. Il silenzio culla l’atroce ricordo. La saliva defluisce a fatica e il cuore si lascia andare in un rumoreggiare sordo. Ci dimeniamo come in un labirinto alla ricerca di una luce che per i milioni di ebrei significava vita. Questa visita non può che lasciarci attoniti e commossi.
12/08/09
Al cielo manca il riflesso libero del sole. Le nuvole volteggiano come per delimitare l’universo e racchiuderci in un ampolla di calore. Ultimo giorno pieno a Berlino. Città aspra e forte, alcolica, dura, straziata ma rinata, fatta di gente, di odori e di sapori. Ci apprestiamo alle ultime visite di cultura e a sorseggiare i ritmi umidi della città. Le immagini scorrono in serie. Sembrano languide e perfette. Il ritmo del giorno le trascina una dietro l’altra. Si vorrebbe avere più tempo per gustarne i colori, ma sembrano come le note della Sinfonia n.9 di Beethoven uniche e mai uguali a se stesse, e ogni ascolto si libera in un’emozione nuova.
Dedichiamo gran parte del pomeriggio ad una passeggiata nel Tiegarten, considerato tra i parchi grandi d’Europa.Giochiamo a frisbee, vediamo fare yoga, troviamo uno scivolo che ci riporta bambini. Il divertimento ci esalta ovattando tutto intorno. Dopo le energie lasciate tra i viali del parco proseguiamo, persuadendo la natura dal lungo-fiume. Continuiamo per chilometri. Siamo esausti ma non molliamo. Ammiriamo lo spettacolo della natura incastonata in un arteria che fluisce nel cuore della città. In lei scompare ogni confine tra cultura “alta” e “bassa”. La sua anima si veste di un’estetica decadente e futurista al contempo. Berlino ora sembra un retaggio di filosofie letterarie, musicali e cinematografiche. E proprio nell’ambientazione del rock che meglio diffonde la sua impronta, marchiata in disparati generi come techno, punk, new-wave, synth-pop, dance. Tutto stranamente infuso come in una scienza inesatta. Immagini e note rubate alla vita. Girandole emotive che soppesiamo tra i sintetizzatori di Sound And Vision – David Bowie. La mente viaggia a braccetto con le emozioni.
Oggi il nostro contachilometri ha davvero sforato. Abbiamo attraversato mezza città senza usare altro mezzo che non fossero le nostre gambe. Il verde del Tiegarten e quello dei giardini lungo il fiume sono stati lo sfondo perfetto per congedarci. I passi lenti come un vecchio treno di campagna. Camminando come per veder aprirsi magicamente il mondo o sostando per approfondire il cammino fatto. Sentire la stanchezza conquistare come una malinconia le membra, invidiare l’anarchia dolce di chi inventa di momento in momento la strada…
ROCK N’ ROAD – dreamnark in blues
13/08/09
L’ultima notte tedesca si dissolve in un fulmicotone. I bagagli sono pronti. Macchina carica e navigatore acceso. Prima destinazione Rostock. Li un’imbarcazione ci porterà in Danimarca per cambiare totalmente le sembianze della nostra vacanza.
Arrivo in terra danese. Prendiamo l’unica strada che confluisce verso il cuore della nazione. E’ una sottile lingua di terra vestita dai riflessi del mare. Il navigatore ci indica il percorso per raggiungere le bianche scogliere di Mon. Il paesaggio è un ancestrale srotolarsi d’incanti. Sembriamo ipnotizzati dal dondolio instancabile di un bambino smarrito nella meraviglia di un dedalo dai bordi pastello. L’atmosfera è dilatata come nell’immagine di un mondo senza età.
Dopo aver sparpagliato qualche passo lungo i sentieri decidiamo di scendere per le scale che portano alla spiaggia per ammirare dal basso le bianche scogliere di Mon. Il percorso è a dir poco tortuoso nei suoi mille scalini ma la vista dal basso ripaga a dovere. Il bianco ora predomina, ma l’azzurro del cielo e lo smeraldo del mare diffondono un’energia indescrivibile. Sottili soffi di vento, autentici come sbavature, incorniciano tutt’intorno. Lo stupore si posa leggero sui cuori come fiocchi di neve fresca.
14/08/09
Siamo arrivati alla giornata delle fate. Il sole sbuca vivace tra i vocaboli di una fiaba mentre il cielo sembra aver ingoiato flaconi e flaconi di tempera blu. Prendiamo l’auto per il programmato salto a Malmoe. Città che mostra subito la sua impronta moderna ed elegante. I mercatini, l’andirivieni di gente, le guglie dorate, i mille luccichii. Tutto sembra richiamare le vivide visioni di un posto di cui non abbiamo memoria, ma che sentiamo di aver già sognato tanto tempo fa.
Il primo pomeriggio invece ci catapulta alla visita dei giardini di Tivoli. Il parco, di costruzione ottocentesca, occupa la zona centrale di Copenhagen. E’ un parco di divertimenti con giostre e attrazioni ma è anche famoso per essere ricco di fiori, bar, teatri, ristoranti, fontane e specchi d’acqua. L’impressione che trasuda da subito è che il parco esprima al meglio lo spirito danese. Pieno di gente ma non caotico.
La sera decidiamo invece di cenare a Nyhavn. La strada lungo il canale è puntellata di locali. La vista al di la della sponda sembra fuoriuscita da un dipinto. La temperatura non è freddissima ma lo spettacolo è tipicamente nordico. Le case intonacate, i velieri ormeggiati, i colori chiari, i tetti spioventi, gli odori marinari… Scenario fatato, romantico e incredibilmente suggestivo. Bellezza allo stesso tempo deliziosa e imbarazzante. Scegliamo un posto per cenare. Piatto unico e salmone squisito ma il prezzo è davvero molto alto.
15/08/09
Insolito ferragosto… Sono le 9,30 mentre cerco il sole al di là di un vetro, ma il sole non c’è. Dedichiamo la mattinata visitando il museo della Carlsberg. Filmati, collezioni e malti ci guidano lungo il percorso. Uno sguardo, di tanto in tanto, cade fiducioso al di là delle finestre, ma l’estate continua a camminare sotto l’aria spruzzata. Piove che non si contan le gocce. I rumori sembrano offuscati dall’arpeggio malinconico di una ballata. Un cowboy solitario osserva il cielo solcando le note di See The Sky About To Rain, il suo nome è Neil Young. Ma non dobbiamo temere, il cuore della vacanza riuscirà a consolare gli occhi umidi.
Usciamo e vediamo che il cielo ha appena smesso di piangere. L’euforia sale come gli odori dall’erba bagnata. Ci mettiamo in macchina e salpiamo verso il simbolo di Copenhagen: LA SIRENETTA! La statua adagiata su uno scoglio, si ritrova in un angolo del parco Churchill. Riprendiamo la nostra preparazione da maratoneti macinando granelli e granelli di asfalto. Camminiamo verso il parco osservando ammirati questo perenne spettacolo di pragmatico e rilassato vivere alla vichinga. Svoltiamo un angolo ricoperto d’attese e scorgiamo la statua innalzarsi elegantemente dal mare. Visione che flette la riva rubando ogni palpito di ciglia. Sembra chiamare a se tutte le correnti del mare, con vigore ma in un fare leggero e silenzioso. Non è molto grande e non sarà un’opera di sopraffina scultura ma sembra avere un’anima tutta sua. Solitaria, malinconica e romantica.
Dopo una visita al centro di Copenhagen ed una cena al volo decidiamo di rientrare in albergo. All’improvviso però l’orecchio è catturato da note dense e lontane. Una chitarra accompagna i versi di Halleluja. La voce non è quella “intima e angelica” di Jeff Buckley ma agguanta il cuore come il canto di una sirena. Prende così il via il nostro concerto di ferragosto.
16/08/09
Ultimo risveglio a Copenhagen. Giornata di trasferimento. Si va verso l’isola di Fyn. La natura è splendida. L’asfalto raccoglie immagini stregate come caleidoscopi immersi tra ombre e veli. Sembra un viaggio senza tempo. Il rotolare convulso di un sasso. L’incontenibile cavalcata Dylaniana di Like A Rolling Stone. Purezza che rapisce e lascia inermi. Acque, prati e pascoli si alternano come nella composizione di un mosaico asimmetrico ma perfetto. Il paesaggio risuona come un piano incurvo e lastricato di blues. Un ponte congiunge due terre, un aereo sbuca dalle nuvole, uno spiffero aleggia tra le onde. Siamo diretti al castello di Egeskov.
Egeskov. La leggenda narra che il meraviglioso castello poggi su fondamenta costituite da migliaia di tronchi di quercia infissi verticalmente nel lago. Una storia che racchiude la suggestione e la magia di una fiaba. Gli arredi si rifanno agli sfarzi rinascimentali ma il riflesso della mitologia ci spinge in più di un racconto. Entrando nel maniero e accedendo alle torri ci si scontra con il mistero gotico della leggenda. Salendo in soffitta ci si trova davanti una statua lignea raffigurante un bambino adagiata su un cuscino di velluto rosso. La leggenda afferma che qualora tale statua venga spostata dal suo giaciglio, il castello è destinato a sprofondare la notte di Natale dello stesso anno. Tutto incredibilemente bello.
17/08/09
Billund. Utlimo alloggio (in cottage) della nostra vacanza. Decidiamo di dedicare queste ultime ore ad un escursione che abbracci la natura nei colori di una paesaggio tipicamente nordico. Destinazione Skagen, punta estrema del nord danese. L’itinerario d’andata è sviluppato lungo la costa ovest. Il cielo diviene una coltre di grigio. Costeggiamo il Mar del Nord per chilometri osservando i ponti sospesi tra i fiordi e i prati interrotti da minuscoli villaggi. Ora c’è bisogno di un brano che apri le porte dell’immaginario. L’mp3 mi suggerisce Paranoid Android dei Radiohead. Accordi claustrofobici e visioni aliene. I campi diventano più fertili e le acque sono una corsia verso lo spazio. I movimenti rallentano come la sequenza di accordi discendenti che il falsetto di Yorke valorizza al massimo. Poi un crescendo di disagio e desolazione spiana la strada all’esplosione sonora finale, che lascia completamente atterriti.
Dopo quasi quattro ore di cammino arriviamo finalmente Skagen. Lingua di terra protesa tra due mari. La spiaggia si aguzza su una superficie sempre più stretta. Ora costeggiamo il Mar Baltico e intravediamo in lontananza il Mar del Nord. Il cielo chiuso rigonfia l’attesa. Un pensiero vola alto rimuginando echi ed emozioni. Le confluenze si impongono tra correnti e poesie. Arriviamo alla punta tenendo d’occhio lo stendersi delle onde. Lo spettacolo mozza il fiato e supera ogni immaginazione. I due mari si mescolano con estrema semplicità. Le onde sembrano dita che si alternano in un’intima stretta d’amore, un lancio oltre l’orizzonte, un vortice frivolo di lacrime dal petto.
Così soddisfatti torniamo al cottage. Il viaggio, accompagnato da qualche leggero acquazzone, dura molto meno. Dalla mente si propagano i fasti luccicanti di un quartetto californiano. Estasi mistica e spasmi epilettici che si rincorrono sulle note blues di Crystal Ship dei Doors. Dolce inquietudine trasfigurata in sogno…
18/08/09
Ora un aeroplano ci sta portando a casa. Si vola in un miscuglio di ricordi sorseggiati tra volteggi di luna e cimeli di stelle. Tutto lasciandoci il gusto vivo di un pensiero del grande Edgar Allan Poe. Viaggiare è come sognare: la differenza è che non tutti, al risveglio, ricordano qualcosa, mentre ognuno conserva calda la memoria della meta da cui è tornato.
Termina cosi il nostro abstract. Tanti passaggi sono stati elusi. Spero che, almeno, ha stuzzicato in voi la curiosità così come ha regalato vita ai nostri frammenti di cuore.
Shantaram
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